Assegno ordinario di invalidità: anche i contributivi possono avere l’integrazione al minimo dopo la sentenza della Corte Costituzionale e la circolare INPS.
Una svolta importante per gli assegni di invalidità
Cambia una regola storica nel sistema previdenziale italiano. Con una recente decisione, si apre finalmente la possibilità di ottenere l’integrazione al minimo anche per gli assegni ordinari di invalidità calcolati interamente con il sistema contributivo.
Fino a poco tempo fa non era così. Questa differenza aveva creato non poche disparità tra beneficiari. Ora, invece, il quadro è stato rivisto.
Il cambiamento nasce dalla sentenza n. 94/2025 della Corte Costituzionale, poi resa operativa dalla circolare n. 20/2026 dell’INPS.
Cosa è cambiato davvero dopo la sentenza
La decisione della Corte ha inciso su una regola che escludeva automaticamente gli assegni contributivi dall’integrazione al minimo.
In pratica:
- prima, solo assegni retributivi o misti potevano essere integrati
- ora, anche quelli contributivi possono accedere al beneficio
Questo significa che, se l’importo dell’assegno è troppo basso, può essere aumentato fino al livello minimo previsto, a condizione che vengano rispettati i requisiti di reddito.
È un passaggio importante, perché amplia la tutela per molti lavoratori con carriere più recenti o discontinue.
Chi può ottenere l’integrazione al minimo
La novità riguarda una platea piuttosto ampia.
Possono beneficiarne:
- chi ha un assegno calcolato interamente con il sistema contributivo (quindi contributi dal 1996 in poi)
- chi ha scelto volontariamente il sistema contributivo previsto dalla riforma degli anni ’90
- chi percepisce prestazioni dalla Gestione Separata
In sostanza, vengono inclusi soggetti che prima restavano esclusi.
Naturalmente, resta fondamentale il requisito reddituale. Se il reddito supera i limiti previsti, l’integrazione non viene riconosciuta.
Niente integrazione parziale: o c’è o non c’è
Un aspetto da chiarire riguarda il funzionamento concreto dell’integrazione.
Non esistono soluzioni intermedie. Questo significa che:
- se si rientra nei limiti, l’integrazione viene riconosciuta
- se si superano, viene completamente esclusa
Non è prevista una riduzione graduale. Inoltre, non si applica il meccanismo della cosiddetta “cristallizzazione”, che in altri casi permette di mantenere importi già acquisiti.
Da quando decorre il nuovo diritto
La nuova disciplina non vale da sempre, ma ha una data precisa.
Gli effetti partono dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale, quindi dal luglio 2025.
In concreto, l’integrazione può essere riconosciuta:
- dal 1° agosto 2025
Tuttavia, è necessario che i dati reddituali siano disponibili. In mancanza, il beneficiario deve attivarsi e presentare una richiesta di aggiornamento.
Cosa succede quando si passa alla pensione di vecchiaia
Un punto molto importante riguarda il passaggio dall’assegno di invalidità alla pensione di vecchiaia.
Come previsto dalla normativa, questo passaggio avviene automaticamente quando si raggiungono determinati requisiti:
- 67 anni di età con almeno 20 anni di contributi
- oppure 71 anni con almeno 5 anni di contributi effettivi
Qui però arriva una differenza significativa.
La pensione di vecchiaia calcolata con il sistema contributivo:
- non può essere integrata al minimo
Questo significa che il beneficio introdotto riguarda solo l’assegno di invalidità, non la pensione successiva.
Va però precisato un aspetto importante. L’importo della pensione non può scendere sotto quello dell’assegno percepito prima, ma senza considerare l’eventuale integrazione.
Domande, riesami e ricorsi: cosa fare ora
Le nuove regole si applicano in diversi casi.
In particolare:
- alle domande presentate dopo la pubblicazione della sentenza
- a quelle già in corso
- ai casi già respinti, se non c’è una decisione definitiva
Chi si è visto negare l’integrazione in passato può quindi chiedere un riesame.
Anche i ricorsi pendenti devono essere rivalutati alla luce delle nuove indicazioni.
Questo apre la strada a possibili recuperi per molti beneficiari.
Effetti sul sistema e sulla gestione INPS
Dal punto di vista operativo, l’INPS ha chiarito come gestire le nuove integrazioni.
Le somme verranno coperte attraverso la gestione assistenziale. Questo significa che si tratta di un intervento con finalità sociale, non strettamente legato ai contributi versati.
Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, invece, resta il sistema ordinario, senza integrazione per i trattamenti contributivi.
Perché questa novità è importante
Questa modifica riduce una disparità che si trascinava da anni.
Chi aveva una carriera più recente o interamente contributiva si trovava spesso con assegni molto bassi, senza possibilità di integrazione.
Ora il sistema diventa più equilibrato. Non perfetto, ma sicuramente più inclusivo.
L’apertura dell’integrazione al minimo per gli assegni ordinari di invalidità contributivi rappresenta un cambiamento significativo.
Non riguarda solo aspetti tecnici, ma ha effetti concreti sulla vita di molte persone. Tuttavia, restano alcune differenze, soprattutto nel passaggio alla pensione di vecchiaia.
Per questo motivo, è importante verificare la propria situazione e, se necessario, attivarsi per richiedere l’integrazione o il riesame.