Scuola, il pacchetto Meloni: tetto agli stranieri, stop al velo integrale e nuova denominazione per tecnici e professionali

Settembre 20, 2026
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scuola pacchetto meloni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha anticipato, dal palco della festa di Gioventù Nazionale, un pacchetto di interventi sulla scuola che il governo si appresta a portare in Consiglio dei ministri. Le misure toccano tre fronti distinti ma collegati: la composizione numerica delle classi con presenza di alunni stranieri, il divieto di indumenti che coprono il volto e il cambio di nome per gli istituti tecnici e professionali.

Il limite agli alunni stranieri per classe a scuola

Il primo intervento riguarda l’introduzione per via legislativa di un tetto massimo di studenti stranieri per ogni classe. Si tratta di una misura che raccoglie un’indicazione già presente nella circolare ministeriale del 2010, che fissava informalmente il limite al 30%, e che il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara aveva proposto di trasformare in norma di legge, affidando agli uffici scolastici regionali il compito di coordinare la distribuzione degli alunni tra gli istituti.

Sul piano giuridico, il passaggio da circolare amministrativa a fonte di rango legislativo non è irrilevante: mentre una circolare ha valore meramente organizzativo e interpretativo, una legge produce effetti vincolanti e sanzionabili, e potrebbe sollevare questioni di compatibilità con il diritto all’istruzione e con il divieto di discriminazione in base alla cittadinanza, principi presenti sia nella Costituzione che nelle fonti sovranazionali.

Il pacchetto includerebbe inoltre l’obbligo di apprendimento della lingua italiana per i genitori di studenti stranieri con difficoltà di inserimento scolastico, una misura che pone interrogativi sulla natura dell’obbligo (se sanzionabile o meramente incentivante) e sui soggetti tenuti a garantirne l’attuazione pratica.

Divieto di burqa e hijab a scuola: laicità dello Stato e libertà religiosa

Il secondo asse del pacchetto riguarda il divieto di indossare burqa e hijab all’interno degli istituti scolastici. Meloni ha collegato la misura al principio di parità tra uomo e donna, sostenendo che nessuna tradizione culturale o religiosa possa giustificare l’imposizione a una ragazza di coprirsi il volto.

Un intervento di questo tipo interessa direttamente l’articolo 19 della Costituzione, che tutela la libertà di professare liberamente la propria fede religiosa, e si inserisce in un dibattito giuridico più ampio su come bilanciare libertà religiosa e altri principi costituzionali, come l’identificabilità della persona, la parità di genere e il corretto svolgimento delle attività didattiche. La giurisprudenza amministrativa italiana, in particolare alcune pronunce del Consiglio di Stato, ha già affrontato casi analoghi relativi al divieto di indumenti che coprono il volto in luoghi pubblici, distinguendo tra divieti generalizzati (ritenuti eccessivi) e divieti mirati legati a specifiche esigenze di sicurezza o riconoscimento.

Va peraltro distinto il burqa, che copre integralmente volto e corpo, dall’hijab, il velo che lascia scoperto il viso: la distinzione tra i due indumenti è giuridicamente rilevante, perché le ragioni di ordine pubblico e identificazione invocate per il primo non si applicano automaticamente al secondo, e un’eventuale norma che li equiparasse potrebbe esporsi a rilievi di proporzionalità. Su questi temi, chi si occupa di libertà religiosa e principi costituzionali può approfondire nella sezione Diritto costituzionale del Giornale Giuridico.

Istituti tecnici e professionali: la nuova denominazione di “liceo”

Il terzo intervento riguarda la denominazione degli istituti tecnici e professionali, che dovrebbero assumere anch’essi il nome di liceo. Secondo quanto anticipato dal governo, si tratterebbe di un intervento puramente nominalistico, volto a rimarcare la pari dignità formativa di questi percorsi rispetto ai licei tradizionali, senza modificare i contenuti didattici né uniformare i piani di studio.

Dal punto di vista normativo, una modifica di questo tipo richiederebbe comunque un intervento sull’ordinamento scolastico, probabilmente tramite decreto o regolamento ministeriale, per adeguare le denominazioni ufficiali riportate nei diplomi, nei titoli di studio e negli albi professionali collegati, con possibili ricadute anche sul riconoscimento dei titoli in ambito europeo.

Cosa aspettarsi nei prossimi passi

Le misure annunciate sono al momento indicazioni politiche e non ancora testi normativi definitivi. Il passaggio in Consiglio dei ministri sarà il primo banco di prova per verificare la formulazione tecnica delle norme, mentre l’iter parlamentare — qualora si tratti di disegni di legge — permetterà di valutarne la tenuta rispetto ai principi costituzionali richiamati, in particolare libertà religiosa, parità di trattamento e diritto all’istruzione. Chi segue le politiche migratorie e i loro riflessi normativi può consultare la sezione Immigrazione del Giornale Giuridico per gli aggiornamenti futuri su questi temi.

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