Mera difesa ed eccezione nell’ipotesi di contestazione della titolarità del diritto: cosa dice la legge a riguardo? Nell’ambito legale, spesso si verificano dispute in cui l’attore sostiene di essere il titolare di un diritto e l’altra parte nega tale pretesa. In tali casi, è importante comprendere la differenza tra una mera difesa e un’eccezione. Questo articolo spiegherà perché quando negare che l’attore sia il titolare del diritto può rappresentare una mera difesa, anziché una vera e propria eccezione.
Mera difesa: definizione del concetto secondo il diritto italiano
Nel sistema giuridico italiano, il concetto di “mera difesa” riveste un ruolo fondamentale nel determinare la responsabilità di coloro che si trovano ad affrontare un procedimento legale.
La mera difesa, anche nota come “difesa di fatto”, è un concetto giuridico che si riferisce all’argomento presentato dall’accusato per dimostrare la sua innocenza o per respingere le accuse che gli vengono mosse. Essa viene utilizzata quando l’accusato nega di aver commesso un illecito o dichiara di aver agito in conformità con la legge.
Ma quali sono gli elementi chiave della mera difesa? Eccoli:
- la mera difesa richiede che chi la invoca presenti prove o argomentazioni a sostegno della propria tesi;
- la prova della mera difesa spetta all’accusato, che deve dimostrare al giudice che le sue affermazioni sono vere.
Differenza tra mera difesa e eccezione
Attenzione a non confondere la mera difesa con l’eccezione. Mentre la prima riguarda il rifiuto di responsabilità da parte dell’accusato, la seconda, cioè l’eccezione, si riferisce invece ad una argomentazione che permette di limitare o escludere l’applicazione di una norma di diritto.
L’eccezione può essere invocata non solo dall’accusato, ma anche da altre parti coinvolte nel procedimento legale.
Un esempio comune di mera difesa potrebbe essere un imputato che sostiene di essere stato costretto a commettere un crimine a causa di minacce o violenze subite. Un altro esempio potrebbe essere un proprietario di un’azienda che si difende dalle accuse di lavoro nero sostenendo di avere tutti i requisiti legali per impiegare i propri dipendenti. Nel sistema giudiziario italiano, la mera difesa è riconosciuta come un principio fondamentale per garantire la giustizia e la tutela dei diritti degli imputati.

In questo contesto, l’accusato ha il diritto di presentare la sua difesa e di cercare di dimostrare la sua innocenza o le sue valide ragioni, mediante la presentazione di prove valide. In altri termini, la mera difesa nel diritto italiano rappresenta un concetto cruciale per assicurare un equo processo legale e proteggere i diritti degli imputati.
Chi si trova ad affrontare un procedimento legale ha il diritto di negare le accuse e presentare una difesa valida basata su prove o argomentazioni pertinenti. È importante, dunque, che il sistema giudiziario riconosca e valuti attentamente la mera difesa al fine di garantire un processo equo e giusto per tutti i soggetti coinvolti.
Il caso, l’articolo 167 c.p.c e la posizione dei giudici
Fatto questo breve excursus giuridico su mera difesa ed eccezione, torniamo al focus del nostro contributo analizzando il caso del giorno.
Un uomo presenta domanda giudiziale per richiedere accertamento di avvenuta usucapione su taluni terreni. A pochi giorni dall’udienza, il Comune si costituisce in giudizio e contesta la pretesa dell’attore affermando la demanialità dei fondi. In altre parole, il Comune nega il diritto dedotto dal reclamante o attore: si configura in questo caso l’ipotesi di mera difesa.
Ma fino a quando la mera difesa si può formulare? Su questo punto interviene la Corte di Cassazione con sentenza numero 28793/2023 affermando che in ogni fase del giudizio il convenuto ha diritto di svolgere mere difese. Difatti, il convenuto che neghi la titolarità del diritto proposta dall’attore, non subisce la decadenza prevista dall’art. 167 c. 2 c.p.c.
Analizziamolo brevemente. Il suddetto articolo, al comma 1, prevede che nella comparsa di risposta il convenuto deve proporre tutte le sue difese prendendo posizione in modo chiaro e specifico sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, indicare le proprie generalità e il codice fiscale, i mezzi di prova di cui intende valersi e i documenti che offre in comunicazione, formulare le conclusioni.
Il secondo comma prevede invece che il convenuto, pena la decadenza, proponga eventuali domande riconvenzionali ma l’esercizio di questo potere dipende dalla sua tempestività nella costituzione in giudizio.
Chiarito questo punto, è obbligatorio menzionare anche la pronuncia delle Sezioni Unite che così si sono espresse:
“La difesa con la quale il convenuto si limiti a dedurre, ed eventualmente argomentare (senza contrapporre e chiedere di provare fatti impeditivi, estintivi o modificativi), che l’attore non è titolare del diritto azionato, è una mera difesa. Non è un’eccezione, con la quale si contrappone un fatto impeditivo, estintivo o modificativo, né quindi, un’eccezione in senso stretto, proponibile, a pena di decadenza, solo in sede di costituzione in giudizio e non rilevabile d’ufficio. Essa, pertanto, può essere proposta in ogni fase del giudizio […]”.
Il parere della Corte di Cassazione sulla vicenda in oggetto
Ricapitolando. Un uomo agisce in giudizio per chiedere accertamento di usucapione su alcuni terreni di proprietà del Comune e di altri soggetti. Nei primi due gradi di giudizio, la domanda dell’attore non trova accoglimento per una ragione ben precisa: i terreni sono demaniali e non suscettibili di usucapione. Si arriva in Cassazione.
L’attore contesta la demanialità dei terreni lamentando la carenza di legittimazione del convenuto a fornire prove documentali poiché decaduto da tale diritto ex articolo 167 c.p.c.

In particolare, secondo il ricorrente, il Comune non solo è decaduto dal diritto di produrre documentazione ma non è tenuto a dimostrare nemmeno la demanialità dei terreni perché questa può eccepirla solo lo Stato.
La Corte rigetta la domanda dell’attore per due ragioni soprattutto:
- perché sussiste di fatto la demanialità dei beni in questione;
- per l’infondatezza della pretesa: l’attore non ha dimostrato il possesso ad usucapire.
Su questo punto non si propone impugnazione. In questo caso, se la sentenza del giudice dipende da diverse ragioni autonome ma tutte poste a sostegno della decisione finale, allora “l’omessa impugnazione, con ricorso per cassazione, anche di una soltanto di tali ragioni determina l’ inammissibilità, per difetto d’interesse, anche del gravame proposto avverso le altre, in quanto l’eventuale accoglimento del ricorso non inciderebbe sulla ratio decidendi non censurata, con la conseguenza che la sentenza impugnata resterebbe, pur sempre, fondata su di essa”.
Legittimato passivo nel giudizio per usucapione
Tra le varie ragioni addotte dall’attore in giudizio c’è anche quella che contesta la posizione del Comune non legittimato a contestare la demanialità dei beni perché per tardiva costituzione in giudizio ne ha perso il diritto.
La Corte Suprema ne approfitta per chiarire la figura e la posizione del legittimato passivo in materia di usucapione.
È legittimato passivo:
- il soggetto che vanti un diritto proprio e contesti l’acquisto della proprietà per usucapione;
- il soggetto possessore del bene o quelli che all’atto della domanda risultano proprietari dei beni.
La Cassazione, con sentenza numero 4907/1990, circa la questione della carenza di obblighi e diritti del convenuto, afferma che essa “non involge una questione di legittimazione ad causam, ma si risolve in una questione di merito non rilevabile d’ufficio e soggetta, come tale, a tutte le limitazioni e preclusioni previste dalle norme processuali, sicché il giudice non può rilevarla di sua iniziativa”.
Titolarità del diritto e legittimazione ad agire
Accertamento della titolarità del diritto e legittimazione ad agire sono due cose distinte e separate. La prima riguarda il merito della decisione e la fondatezza della domanda. La carenza di legittimazione ad agire invece, si rileva anche d’ufficio (dal giudice) o comunque in ogni grado di giudizio.
Alla fine di un processo, possono profilarsi due ipotesi:
- che una parte risulti non titolare di un diritto che reclamava come proprio;
- che la controparte non era titolare del relativo obbligo.
Più precisamente, riguardo la legittimatio ad causam, questa si fonda sul principio secondo cui in un processo, nessuno può fare valere in nome proprio un diritto d’altri salvo che nei casi previsti dalla legge. La legittimazione in ogni caso, si può verificare sempre d’ufficio o in ogni grado di giudizio.
Invece, la titolarità, attiva o passiva della situazione giuridica, non riguarda le regole procedurali ma il merito, ragione per cui non si può verificare d’ufficio.
Ne consegue che “applicando questi principi alla domanda di accertamento dell’acquisto della proprietà per usucapione, la conclusione non può che essere quella di ricondurre al merito e non alla legittimazione ogni questione afferente al fondamento della pretesa […], ivi compresa la titolarità formale del bene in capo al convenuto”.
Riassumendo. Il convenuto può negare la titolarità, in quanto elemento costitutivo del diritto valevole in giudizio, con una mera difesa la quale non è suscettibile di decadenza.
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Eccezione: perché è diversa dalla mera difesa
In giudizio, il convenuto può ritenere che la controparte non sia titolare del diritto che reclama e pertanto:
- proporre mera difesa negando i fatti avanzati dall’attore;
- contrapponendo l’eccezione ovvero altri fatti che modifichino o estinguano il diritto che l’attore reclama per sé.
Da ciò desumiamo che la mera difesa ha il compito di un accertamento negativo riguardo la presunta esistenza di un diritto di cui l’attore si vanta. Se il convenuto non è d’accordo con l’attore, circa la titolarità del diritto, può negarla: questo è il concetto di mera difesa.
Non c’è un termine di decadenza per la mera difesa (che altro non è che l’esposizione di posizioni o prese giuridiche che contrastino il pensiero e i fatti addotti dall’attore) e si può proporre in ogni fase del giudizio.
In ragione di ciò, la tardiva costituzione o contumacia non assume valore di non contestazione. Il convenuto che si costituisce tardivamente può addurre o proporre mere negazioni dei fatti costitutivi che la controparte deve provare.
Attraverso le eccezioni, invece, il convenuto può ampliare l’oggetto della controversia provando fatti modificativi, estintivi o diversi del diritto fatto valere dall’attore. Attenzione: “il giudice non può pronunciare d’ufficio su eccezioni che possono essere proposte soltanto dalle parti” (art. 112 c.p.c.).
A differenza della mera difesa, l’eccezione è suscettibile di decadenza e l’onere della prova è in capo al convenuto ex art. 2697 c.c.
Mera difesa e onere probatorio
Circa la contestazione della titolarità, attiva o passiva, del diritto sostanziale dedotto in giudizio ci sono due tesi diverse.
Quella maggioritaria la considera una eccezione in sensu stretto e di conseguenza l’onere di provare la veridicità della propria affermazione sorge in capo alla parte che prospetta l’eccezione. La tesi minoritaria invece sostiene che si tratta di una mera difesa e di conseguenza, l’obbligo di fornire la prova della titolarità sorge in capo alla parte della quale la titolarità si contesta.
Le Sezioni Unite sostengono il pensiero della tesi minoritaria. Più precisamente, esse ritengono che sorge in capo all’attore l’onere di provare la titolarità della posizione soggettiva “salvo il riconoscimento o lo svolgimento di difese incompatibili con la negazione, da parte del convenuto”.
Nel caso in esame, i giudici hanno respinto, per infondatezza, l’eccezione proposta dall’attore circa il difetto di legittimazione del Comune che sosteneva la demanialità dei beni oggetto del giudizio. Altrettanto infondata anche la decadenza del Comune dalla deduzione in questione poiché trattasi di mera difesa e in quanto tale non suscettibile di decadenza.
In verità, la condotta del Comune non si può ritenere assolutamente riprovevole. L’ente si è costituito in giudizio qualche giorno prima dell’udienza negando le pretese dell’attore e dimostrando la demanialità dei beni in questione.
Conclusioni
Il ricorso è inammissibile per la Suprema Corte che in tema di decadenza relativa alla demanialità dei beni, per parte del Comune, afferma che:
“…la mera difesa, con la quale il convenuto si limiti a negare la titolarità del diritto fatto valere in giudizio e, dunque, l’elemento costitutivo della domanda, non è soggetta, contrariamente alle eccezioni in senso stretto, al termine di decadenza di cui all’art. 167 c.p.c., comma 2, ma può essere fatta valere anche oltre il termine dettato dalla predetta disposizione o sollevata d’ufficio dal giudice, senza che rilevi l’onere, sullo stesso gravante ai sensi del comma 1, della medesima norma, di prendere posizione nella comparsa di risposta sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, non prevedendo il comma 1, contrariamente a quanto sancito nel comma successivo, alcuna decadenza”.