Nel contesto della nostra sanità, si passa dalla trasgressione del diritto alla libera autodeterminazione del paziente nelle decisioni riguardanti i suoi percorsi di vita alla lesione dovuta alla perdita di opportunità.
Non è un segreto che il sistema sanitario pubblico italiano stia affrontando gravi difficoltà da numerosi anni, segnato da un incremento della privatizzazione dei servizi a discapito dei cittadini contribuenti. Questi ultimi, nonostante versino ingenti somme in tasse ogni anno, si trovano a dover gestire le estenuanti attese per accedere ai servizi del Servizio Sanitario Nazionale.
Un’altra situazione comune è l’inefficacia dei diversi pronto soccorso in Italia nel gestire efficacemente l’afflusso di pazienti in attesa. Inclusi coloro che sono costretti a essere temporaneamente sistemati nei corridoi anziché nelle stanze assegnate dei reparti appropriati. Questo porta così a ritardi nell’esecuzione degli esami diagnostici necessari.
Sfortunatamente, è risaputo che non tutti hanno l’opportunità di accedere ai servizi sanitari privati. A causa degli elevati costi che molte famiglie italiane affrontano. Soprattutto quelle con due o più figli e magari con un solo reddito, trovano insostenibili. Questo è aggravato dalla frequente richiesta di avere un’assicurazione sanitaria come prerequisito.
Consideriamo un’ulteriore situazione problematica che, purtroppo, si verifica con una certa frequenza in Italia: il ritardo nelle diagnosi. Questo fenomeno può essere attribuito a comportamenti negligenti o imprudenti da parte del personale sanitario, che omette di effettuare le dovute analisi diagnostiche approfondite. Tale mancanza può derivare da vari fattori, tra cui la sottovalutazione dei sintomi presentati dal paziente o la mancata conoscenza di protocolli diagnostici aggiornati. Questi ritardi non solo aggravano le condizioni di salute dei pazienti ma possono anche portare a complicazioni a lungo termine. Evidenziando la necessità di un impegno maggiore nella formazione continua del personale sanitario e nella gestione dei protocolli di diagnosi.
Diventa evidente, dunque, che un ritardo nella diagnosi può portare a un peggioramento di condizioni mediche preesistenti, causando danni significativi, sia fisici che psicologici, alla persona interessata. Questi danni violano il diritto alla salute del paziente, un diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione. Nei casi più gravi, questo può persino condurre al decesso del paziente, sottolineando l’importanza critica di tempi di diagnosi rapidi e accurati.
La colpa penale secondo l’articolo 590 del codice penale per estensione del periodo di malattia
Secondo quanto stabilito dall’articolo 590 del codice penale, chi provoca lesioni personali per colpa ad altre persone è soggetto a responsabilità penale.
Sulla base di questa normativa, la Quarta Sezione penale della Corte di Cassazione ha emesso il verdetto n. 5315/2020 nel contesto di un caso che vedeva imputati due ortopedici e un radiologo. Questi ultimi erano accusati di aver involontariamente causato un deterioramento delle condizioni di salute di un paziente.
Conforme all’accusa, i medici coinvolti, non riconoscendo l’esistenza di una particolare lesione vertebrale nel paziente, non hanno eseguito le necessarie analisi diagnostiche per una pronta guarigione. Questa omissione ha portato a un peggioramento dello stato di salute del paziente e a un ritardo nella determinazione di un trattamento adeguato.
Dopo essere stati condannati in primo grado, i tre medici ottennero un verdetto di assoluzione nel processo di appello. In seguito, la controparte civile presentò un ricorso per Cassazione, mirato a perseguire gli aspetti civilistici della questione.
Accogliendo il ricorso, la Suprema Corte ha basato le sue riflessioni sul concetto di malattia secondo gli articoli 582-590 del codice penale. Facendo riferimento alla consolidata giurisprudenza (tra cui le sentenze n. 33492/2019, n. 22156/2016, n. 40428/2009 e n. 17505/2008). Secondo queste interpretazioni, per la configurazione del reato di lesioni personali, la definizione di malattia che ha rilevanza giuridica non abbraccia ogni alterazione anatomica. Visto che potrebbe anche non essere presente, ma riguarda esclusivamente quelle alterazioni che portano a una limitazione funzionale, a un processo patologico significativo o a una compromissione delle funzioni corporee, anche se non permanente, ma comunque di rilievo.
Di conseguenza, l’obiettivo della Corte era determinare se, alla luce della definizione di malattia precedentemente descritta, l’estensione del periodo richiesto per mitigare o stabilizzare la lesione potesse essere inclusa in tale contesto. Pertanto, secondo la Cassazione, una conclusione affermativa sarebbe derivata dalla relazione tra la nozione di lesioni e quella di malattia.
Infatti, l’uso del termine “deriva” nell’articolo 582 del codice penale (“Chiunque provoca a qualcuno una lesione personale dalla quale deriva una malattia è soggetto a punizione.) definisce il concetto giuridico di malattia come caratteristica della nozione di lesione personale in ambito penale. Questo implica che ogni azione negligente che influisca sul tempo di guarigione, anche se non aggrava direttamente la lesione o il suo impatto funzionale. Ma acquista importanza penale quando provoca un allungamento del periodo necessario per la guarigione o la stabilizzazione della condizione di salute.
Questa sentenza ha acquisito un’importanza notevole, introducendo la possibilità che ogni ritardo nella diagnosi diventi di interesse penale se causa un prolungamento della malattia. Si consideri, ad esempio, un caso in cui si effettua un intervento chirurgico per rimuovere una certa massa. E successivamente si renda necessario un secondo intervento per eliminare aderenze che non erano state identificate durante l’analisi effettuata prima del primo intervento.
Risarcimento del danno non patrimoniale per la violazione del diritto di libera determinazione del paziente nei percorsi esistenziali nella sfera sanità
Sul fronte civilistico, un tema frequentemente discusso è il risarcimento per danno non economico causato dalla violazione del diritto del paziente alla libera scelta dei propri itinerari di vita. A questo proposito, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha emesso un pronunciamento tramite l’ordinanza numero 28632/2022.
Nella situazione in questione, l’azione legale ha avuto inizio con la richiesta di indennizzo avanzata dalla madre e dalla figlia in relazione al loro familiare (padre e marito, rispettivamente) deceduto a seguito di una diagnosi tardiva da parte del personale medico. Questo ritardo diagnostico ha portato alla violazione del suo diritto di prendere decisioni autonome riguardo alla direzione della propria vita in uno stato di salute compromesso da condizioni mediche con esito inevitabilmente negativo.
In questo contesto, la Corte sosteneva che spettasse al giudice identificare le conseguenze negative derivanti dall’evento dannoso durante la valutazione del danno effettivamente subito. Evitando l’uso di parametri monetari predeterminati e astratti, così come l’applicazione di cifre simboliche o irrisorie, senza ricorrere alla discrezionalità personale del giudice.
Indipendentemente dal metodo di quantificazione utilizzato, la Suprema Corte enfatizzava l’importanza di raggiungere una stima del danno basata sull’equità. Assicurando che il giudice esponga chiaramente la logica seguita nelle motivazioni, dettagliando le basi del processo valutativo adottato, per permettere la verifica della sua logica, coerenza e adeguatezza.
Lesione per mancata opportunità e verifica preliminare della relazione causale
Un ulteriore argomento di dibattito riguarda il danno derivante dalla perdita di opportunità. Su cui la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha emesso un pronunciamento attraverso la sentenza numero 5641/2018.
Questa è stata una sentenza di grande rilievo che ha definito principi fondamentali relativi al concetto di “opportunità perduta”, applicabile nel contesto del danno patrimoniale. Ha generato un’intensa discussione sulla sua natura, dibattendo se rientri nella categoria del danno emergente o del mancato guadagno.
La Corte ha precisato che il ruolo del giudice consiste nell’analizzare la condotta e stabilire l’esistenza di un legame causale tra questa e l’evento dannoso. Qualora l’evento dannoso si manifesti come l’assenza del risultato atteso (ad esempio, la perdita prematura della vita nel caso specifico). La situazione non sarà considerata come una perdita di opportunità, bensì come un diverso tipo di danno.
In particolare, sono stati identificati diversi scenari potenziali nel campo della sanità, tra cui:
1) Qualora l’azione negligente del personale medico abbia provocato la morte del paziente, quest’ultimo sarà tenuto a risarcire il danno biologico subito dal paziente e il danno relativo alla lesione del legame familiare nei confronti dei parenti del defunto.
2) Nel caso in cui l’azione negligente del professionista sanitario non abbia provocato la morte del paziente, ma abbia significativamente ridotto la qualità della sua vita. Aggravando le sue condizioni e aumentando le sofferenze sia fisiche che emotive, ciò costituirà un vero e proprio danno e non semplicemente la perdita di un’opportunità.
3) Qualora l’azione negligente del professionista sanitario non abbia influenzato in modo causale l’evoluzione della malattia, la sua durata, la qualità della vita del paziente o l’esito finale. Ma abbia portato solamente a un deterioramento dell’organizzazione della vita del paziente (come, per esempio, nel caso di una mancata adozione di cure palliative). Quindi tale danno non sarà classificato come perdita di opportunità, bensì come un declino nella qualità della vita.
4) Oppure l’agire di una condotta errata del medico conduca a un risultato dannoso di esito incerto. Definito da una condizione di irrimediabile dubbio riguardo alla possibile estensione della vita o alla diminuzione delle sofferenze. Questa specifica incertezza (l’unica che legittima la discussione su una chance perduta) potrà essere indennizzata in maniera equa. Tenendo conto di tutte le circostanze specifiche del caso come un’opportunità mancata. Questo a condizione che il collegamento causale tra l’azione negligente e l’evento indeterminato sia comprovato, con una valutazione della sua rilevanza, gravità e solidità.
Di conseguenza, emerge che la incertezza riguardante l’esito non influisce sull’analisi del legame causale. Bensì sull’individuazione del danno, poiché la potenziale mancata realizzazione di un risultato desiderato che si manifesta nella possibilità costituisce la caratterizzazione o individuazione di un danno indennizzabile. A seguito della violazione di una situazione soggettiva significativa, e non della relazione causale tra azione ed evento. Che si presume sia stabilita in modo positivo prima e indipendentemente dall’analisi dell’evento contestato come causa di danno.
La Suprema Corte ha concluso, pertanto, sul caso specifico che se risulta dimostrato, dal punto di vista etiologico, che la mancata diagnosi di una patologia tumorale ha causato la morte prematura del paziente. Il quale avrebbe potuto sopravvivere significativamente più a lungo e in condizioni di vita (fisica e spirituale) migliori. Quindi non si può parlare semplicemente di (maggiori possibilità di sopravvivenza), ma piuttosto di un danno alla sanità rappresentato direttamente e immediatamente dalla minor durata della vita e dalla sua peggiore qualità. Con tutte le implicazioni in termini di valutazione e risarcimento, che ora non si limitano al mancato guadagno o al danno emergente.
La Corte di Cassazione ha definito il concetto di perdita di opportunità limitandolo all’ambito della responsabilità economica, previa verifica del legame di causalità, delineando così un caso di danno autonomo.
Riflessioni finali
Dalle osservazioni precedenti, si possono dedurre le seguenti conclusioni: la problematica della qualità della sanità in Italia rimane un argomento di grande rilevanza. Con un numero significativo di cause in sospeso contro varie strutture ospedaliere e professionisti sanitari a causa di errori e ritardi diagnostici.
Dall’analisi della sentenza penale e delle successive decisioni in materia di risarcimento civile, emerge un’estensione significativa della responsabilità. Mirata a garantire adeguatamente il diritto alla salute del paziente e non solo. Tuttavia, come la legge ci insegna, il bilanciamento è fondamentale e va considerato che il sistema della sanità pubblica italiana è attualmente in una situazione critica.
Inoltre, la situazione che osserviamo quotidianamente non offre prospettive ottimistiche, e non sempre gli errori o i ritardi nella diagnosi possono essere attribuiti a una negligenza del singolo operatore sanitario. Visto che può essere anch’esso vittima di problematiche sistemico-organizzative difficilmente superabili. Questo può portare a un’inversione di responsabilità, con il professionista che rivolge le proprie contestazioni verso la struttura ospedaliera. Anche a causa delle precarie condizioni in cui opera.
Qual è la soluzione per la sanità pubblica italiana?
Il processo decisionale del giudice nell’esaminare una situazione specifica deve essere basato su un’analisi approfondita di tutti gli elementi coinvolti. Comprese le caratteristiche del paziente, la gravità del danno subito, il contesto operativo del professionista sanitario e gli effetti della lesione provocata.
Questo processo richiede una notevole attenzione nei confronti del sanitario coinvolto, riconoscendo le sfide e le responsabilità che affronta nella pratica clinica. È cruciale evitare che tali situazioni diventino mere richieste di compensazione finanziaria da parte del paziente, poiché ciò potrebbe danneggiare sia le risorse della sanità sia l’integrità del sistema giudiziario. La tutela della sanità pubblica e il mantenimento dell’equità nel sistema giudiziario devono essere tenuti in considerazione durante l’analisi di tali casi.