Pensione d’invalidità, fino a 611 euro al mese di aumenti: ora spetta anche a chi era stato escluso | Le novità 2026

Marzo 5, 2026
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Assegno ordinario per la pensione di invalidità: aumenti fino a 611 euro al mese grazie all’integrazione al minimo. La Corte Costituzionale elimina il divieto per il sistema contributivo. Ecco chi può fare domanda.

Buone notizie per molti lavoratori con ridotta capacità lavorativa. L’assegno ordinario di invalidità può arrivare fino a 611 euro al mese grazie all’integrazione al minimo. E soprattutto, da oggi, questa possibilità riguarda anche chi in passato era rimasto escluso perché il proprio assegno era calcolato interamente con il sistema contributivo.

Il cambiamento nasce da una decisione della Corte Costituzionale, che ha eliminato una disparità considerata ingiustificata. Poi l’INPS ha fornito le istruzioni operative con una specifica circolare.

Vediamo cosa significa in concreto, chi può ottenere l’aumento e come muoversi se in passato è arrivato un diniego.

Cos’è l’assegno ordinario di invalidità e chi ne ha diritto

L’assegno ordinario di invalidità è regolato dalla Legge 222/1984. Si tratta di una prestazione previdenziale, quindi legata ai contributi versati, che spetta al lavoratore la cui capacità lavorativa risulta ridotta a meno di un terzo a causa di una infermità fisica o mentale.

Non parliamo di invalidità civile. Qui il requisito è diverso. Conta la riduzione della capacità di svolgere un’attività lavorativa coerente con le proprie attitudini e competenze.

Per ottenere l’assegno servono due requisiti fondamentali:

  • requisito sanitario, accertato in sede medico-legale;
  • requisito contributivo, che richiede almeno cinque anni di contributi, di cui tre versati nei cinque anni precedenti la domanda.

L’assegno non prevede limiti di età. Tuttavia, quando il titolare raggiunge l’età per la pensione di vecchiaia e possiede i requisiti assicurativi richiesti, la prestazione si trasforma automaticamente in pensione di vecchiaia.

Fin qui, nulla di nuovo. La vera novità riguarda l’importo.

Pensione di invalidità – Integrazione al minimo: cosa cambia dopo la sentenza

Per anni l’integrazione al trattamento minimo non è stata riconosciuta a tutti. In particolare, chi percepiva un assegno calcolato interamente con il sistema contributivo non poteva ottenere l’aumento fino al minimo previsto.

Questa distinzione è finita sotto la lente della Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 94, depositata il 3 luglio 2025, la Corte ha dichiarato illegittimo il divieto di integrazione per gli assegni determinati solo con il metodo contributivo.

Secondo i giudici costituzionali, differenziare tra sistema retributivo e contributivo, ai fini dell’integrazione, risultava irragionevole e in contrasto con il principio di uguaglianza previsto dall’articolo 3 della Costituzione. Anzi, il sistema contributivo spesso produce importi più bassi rispetto a quello retributivo. Escludere proprio questi assegni dall’integrazione creava una disparità evidente.

Di conseguenza, l’integrazione al minimo ora può spettare anche agli assegni ordinari di invalidità interamente contributivi.

A quanto può arrivare l’assegno della pensione di invalidità: la soglia dei 611 euro

L’INPS, con la circolare n. 20 del 25 febbraio 2026, ha chiarito che l’integrazione si applica quando l’importo dell’assegno risulta inferiore al trattamento minimo previsto per l’anno di riferimento.

Attualmente la soglia indicata è pari a 611,85 euro mensili. Questo significa che, se l’assegno calcolato in base ai contributi risulta più basso, l’INPS può integrarlo fino a raggiungere tale cifra.

Attenzione però: l’integrazione non è automatica in ogni caso. Restano infatti validi i limiti di reddito personali. Se il titolare supera determinate soglie reddituali, l’integrazione si riduce o si azzera.

In altre parole, l’aumento fino a 611 euro non spetta a chiunque percepisca un assegno basso, ma solo a chi rientra nei requisiti reddituali previsti.

Da quando si applica la nuova disciplina

La nuova regola si applica a partire dal 1° agosto 2025. Non produce effetti retroattivi.

Questo punto è importante. La dichiarazione di illegittimità non comporta il pagamento degli arretrati per gli anni passati. Chi ha percepito un assegno più basso prima di quella data non riceverà somme aggiuntive per il periodo precedente.

Tuttavia, dal momento di entrata in vigore della nuova disciplina, l’integrazione può essere riconosciuta se sussistono i requisiti.

L’INPS ha specificato che l’aumento viene attribuito se i redditi rilevanti risultano già comunicati, anche in via presuntiva. In mancanza, il titolare deve presentare una domanda di ricostituzione reddituale per consentire il ricalcolo corretto della prestazione.

Pensione di invalidità – Chi può fare riesame dopo un diniego

Un aspetto molto rilevante riguarda chi in passato ha ricevuto un diniego proprio perché il proprio assegno era interamente contributivo.

Le domande presentate dopo la pubblicazione della sentenza vengono valutate secondo le nuove regole. Lo stesso vale per le domande già in corso di esame.

Inoltre, chi aveva ottenuto un rifiuto può chiedere il riesame, a condizione che non sia intervenuta una sentenza definitiva passata in giudicato.

Questo passaggio apre la porta a molti lavoratori che, fino a poco tempo fa, non potevano accedere all’integrazione al minimo. Ora la situazione cambia e vale la pena verificare la propria posizione.

Trasformazione in pensione di vecchiaia: cosa succede all’integrazione

L’assegno ordinario di invalidità non è una prestazione definitiva. Quando il titolare raggiunge l’età per la pensione di vecchiaia e possiede i requisiti contributivi richiesti, l’assegno si trasforma automaticamente.

Nel caso delle pensioni calcolate con il sistema contributivo, la trasformazione non dà diritto all’integrazione al minimo. Inoltre, l’importo della pensione non può essere inferiore a quello dell’assegno percepito prima della trasformazione, al netto dell’eventuale integrazione.

Questo significa che l’integrazione al minimo opera durante la fase dell’assegno ordinario di invalidità, ma non si trasferisce automaticamente nella pensione contributiva di vecchiaia.

Perché questa novità è importante

La decisione della Corte Costituzionale incide su un tema molto concreto: la tutela economica di lavoratori che, oltre a una ridotta capacità lavorativa, spesso devono fare i conti con redditi bassi.

Il sistema contributivo, soprattutto per carriere discontinue o con retribuzioni modeste, produce importi limitati. Escludere questi assegni dall’integrazione al minimo significava penalizzare proprio chi si trovava in condizioni più fragili.

Ora il quadro è più equilibrato. Chi possiede i requisiti sanitari e contributivi e rientra nei limiti reddituali può ottenere un assegno fino a 611 euro al mese.

Non si tratta di una cifra elevata, ma per molte persone rappresenta una differenza significativa nella gestione delle spese quotidiane.

Oggi l’assegno ordinario di invalidità può essere integrato al minimo anche se calcolato con il solo sistema contributivo. L’importo può arrivare a 611,85 euro mensili, nel rispetto dei limiti di reddito.

Le nuove regole si applicano dal 1° agosto 2025. Non sono previsti arretrati per il passato. Chi aveva ricevuto un diniego può chiedere il riesame, salvo giudicato definitivo.

Per chi percepisce un assegno basso o ha ricevuto un rifiuto negli anni scorsi, questo è il momento giusto per verificare la propria posizione contributiva e reddituale. Una semplice istanza di riesame o di ricostituzione può fare la differenza.

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