Bancarotta fraudolenta per distrazione di beni? Se non rinvenuti in mano all’impresa la Cassazione dice no

Novembre 17, 2023
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BANCAROTTA FRAUDOLENTA
BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Bancarotta fraudolenta: per garantire la configurabilità del reato, è indispensabile che siano esclusi dalla protezione dei creditori i beni attivamente e con certezza esistenti.

La Corte di Cassazione, con la sentenza nr. 28256 del 2023, depositata il 30/06/2023, ha stabilito che non si può essere condannati a seguito di bancarotta per distrazione se non si è in grado di dimostrare che i beni in possesso del debitore per pagare i creditori siano effettivamente esistenti o nella disponibilità dell’imputato.

Questa decisione è stata presa a seguito di un caso specifico che coinvolgeva un cittadino, amministratore unico di una Srl (società a responsabilità limitata) specializzata nel commercio di abbigliamento. In questo caso, l’imputato era accusato di sottrarsi al pagamento verso un creditore, mancando di una corretta custodia dei beni che avrebbero dovuto estinguere un debito. Tuttavia, la Corte ha stabilito che la prova dell’esistenza effettiva e della disponibilità dei beni era fondamentale per poter condannare l’imputato.

Il fatto


I giudici, in doppio grado di giudizio, avevano ritenuto responsabile del reato previsto e punito dall’art.216 legge fallimentare, il liquidatore di una società per avere sottratto numerosi capi di abbigliamento già facenti parte del patrimonio dell’ente fallito secondo quanto risultava dal bilancio della società. Quasi 4200 capi, un numero di non poco conto che farebbe tremare anche il guardaroba di Chiara Ferragni.
Dalla lettura del verbale, si evince che l’amministratore unico dell’azienda aveva affidato detto vestiario a terze persone, proprietarie di alcuni locali, al fine di custodire lo stesso, ma che poi – fede una formale
diffida – gli era stato sottratto, senza però che l’allora amministratore si fosse prontamente mosso per il
recupero di questa merce.
Oltre a ciò i giudici avevano rilevato che in forza della sua carica, ovvero il dover controllare che gli
indumenti fossero correttamente custoditi, lo stesso amministratore non aveva adottato sufficienti
garanzie per recuperare il patrimonio custodito dalle persone incaricate di tale compito: nessuna azione era stata portata avanti per recuperare le merci cosiddette distratte e affidate evidentemente con poca
avvedutezza a queste persone.


La reazione dell’imputato alla Condanna di bancarotta fraudolenta e il ricorso in Cassazione

L’ex amministratore dell’impresa ha preso la decisione di ricorrere in Cassazione, ricorso che la stessa ha
ritenuto meritevole di essere accolto. Quali sono stati i motivi addotti dall’imputato per portare avanti il ricorso? Vizi di motivazione, prima di tutto. L’imputato ha sottolineato in particolare la condizione in cui si trovava e cioè che, di fatto, era impossibilitato ad accedere ai locali nei quali confidava per la custodia dei suoi beni, per poi riappropriarsene in futuro.

A suo favore, l’ex amministratore unico dimostra di essere stato mosso da buone intenzioni, portando in Cassazione anche una lettera raccomandata, nella quale lamentava di non aver potuto controllare se effettivamente i vestiti affidati a terzi erano effettivamente lì giacenti.
Da questa impossibilità di agire e ottemperare ai suoi doveri di amministratore unico dell’impresa la
decisione irrevocabile: dimissioni dalla carica a effetto immediato.

Bancarotta fraudolenta: ricorso alla Cassazione

Ritenuto valido il ricorso dell’imprenditore la Cassazione quindi ha provveduto a enunciare i motivi di tale accoglimento. Prima di tutto, dice la Cassazione, si è colpevoli di bancarotta fraudolenta solo se l’accusa riesce a dimostrare che l’imputato fosse effettivamente nella piena condizione di riappropriarsi dei beni dati in custodia a terzi.
Insomma: questi capi di abbigliamento non erano nell’effettiva disponibilità dell’imprenditore, che ha
cercato in tutti i modi di riprenderli. Sempre secondo la Cassazione, perché si configuri il delitto di bancarotta per distrazione è necessario dimostrare che detti beni siano “risorse” attive, nel caso di capi di abbigliamento, usabili e soprattutto esistenti.

La quale continua, enunciandosi a favore dell’imputato, che dal momento che gli abiti non erano nella piena ed effettiva disponibilità dell’ex amministratore delegato contestualmente alle sue dimissioni, l’uomo non poteva essere accusato neppure di dolo: citando De Angelis, “il mancato ritrovamento all’atto della dichiarazione di fallimento di beni o valori societari costituisce valida presunzione della loro dolosa distrazione, a condizione che sia accertata la previa disponibilità, da parte dell’imputato, di detti beni o attività nella loro esatta dimensione e al di fuori di qualsivoglia presunzione”(Sez. 5, n. 35882 del
17/06/2010, Rv. 248425).
In sintesi l’unica colpa dell’ex amministratore è stata in un improvvido affidamento dei capi di
abbigliamento, in una culpa in vigilando, che rientrava espressamente nei suoi doveri di responsabilità
oggettiva. La Corte di appello piuttosto ha delineato un atteggiamento colposo in quei soggetti ai quali i beni furono affidati per la custodia temporanea.

Dopo la Cassazione: tutto finito?

Perché allora l’amministratore delegato all’epoca non si rivolse alla Giustizia? La parola, poi accolta dalla Corte, alla difesa: l’imputato, resosi consapevole non poter riprendere i capi di abbigliamento, decise immediatamente di dimettersi, di fatto impossibilitato a svolgere in modo doveroso il suo compito di amministratore.

L’amministratore si era dimesso, e non era più responsabile dell’eventuale disponibilità o meno di quei beni. Inoltre la letteratura giuridica delle precedenti sentenze conferma che l’ex amministratore aveva cercato di agire, seppure con poca avvedutezza, per tentare di rientrare in possesso dei beni.
Ma la legge italiana si sa, non ammette scorciatoie, almeno il più delle volte. Così la Corte, seppure abbia
accolto il ricorso dell’ex amministratore e annullato le precedenti sentenze, ha rinviato tutto a nuovo
giudizio.
Dei capi di abbigliamento probabilmente nessuno saprà mai che fine abbiamo fatto, ma la Legge ci dirà a chi chiedere i danni una volta per tutte.

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