Sistema sanitario: dall’infrazione del diritto alla libera scelta del paziente sui propri percorsi di vita al risarcimento per la mancata opportunità.
La situazione del sistema sanitario pubblico in Italia è da tempo oggetto di preoccupazione, con problemi che si trascinano da decenni. Una delle questioni più critiche è l’aumento della privatizzazione dei servizi sanitari. Questo processo ha sollevato preoccupazioni significative poiché i cittadini, che contribuiscono al sistema attraverso il pagamento delle tasse, si trovano a fronteggiare tempi di attesa insostenibili per accedere alle cure nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN). La quantità di denaro pubblico investito sembra non corrispondere alla qualità e all’efficienza del servizio ricevuto, portando a una crescente insoddisfazione tra la popolazione.
Inoltre, un problema ricorrente riguarda la capacità dei dipartimenti di emergenza di gestire efficacemente il flusso di pazienti. In molte strutture sanitarie italiane, si assiste a una sovrappopolazione dei pronto soccorso, con pazienti che attendono per ore, se non giorni, per ricevere le cure necessarie. Questa situazione porta spesso a ricoveri di emergenza nei corridoi, fuori dalle stanze designate e attrezzate per fornire un’adeguata assistenza, compromettendo la qualità delle cure. La sovraccarico nei pronto soccorso si traduce anche in ritardi significativi negli esami diagnostici, con ripercussioni dirette sulla salute dei pazienti e sull’efficacia delle cure.
Questi problemi evidenziano la necessità di riforme strutturali nel sistema sanitario pubblico italiano, per garantire che i fondi pubblici siano utilizzati in modo efficiente e che i cittadini possano accedere tempestivamente a cure di qualità. Riducendo la dipendenza dai servizi sanitari privati e migliorando le capacità di gestione delle emergenze nei pronto soccorso.
Sfortunatamente, è risaputo che non tutti possono permettersi di accedere ai servizi sanitari privati, a causa degli elevati costi che molte famiglie italiane. Specialmente quelle con più figli o con un unico reddito, trovano insostenibili. Inoltre, spesso si richiede di avere un’assicurazione sanitaria privata, un ulteriore ostacolo che non tutti sono in grado di superare.
Un altro problema che purtroppo caratterizza il panorama sanitario italiano è il ritardo nelle diagnosi. Che può derivare da azioni negligenti o dall’incapacità professionale del personale medico. Questo si verifica quando il medico non esegue le indagini diagnostiche necessarie con la dovuta diligenza. Portando a diagnosi tardive che possono avere gravi conseguenze per la salute del paziente.
È chiaro che un ritardo nella diagnosi può complicare significativamente una condizione medica già presente. Causando conseguenze gravi che influenzano non solo la salute fisica ma anche quella mentale del paziente. Questi danni, talvolta di grande rilevanza, vanno a incidere profondamente sul benessere complessivo dell’individuo, violando così il suo fondamentale diritto alla salute. Tale diritto è solennemente sancito dall’articolo 32 della Costituzione, che ne garantisce la tutela come principio imprescindibile. In circostanze particolarmente tragiche, la mancata o tardiva diagnosi può portare alle conseguenze più estreme. Come il decesso del paziente, sottolineando l’importanza critica di tempi di risposta rapidi e accurati nel contesto della diagnosi medica.
La colpa penale secondo l’articolo 590 del codice penale per l’estensione della durata della malattia
È noto che, come stabilito dall’articolo 590 del codice penale, chi provoca lesioni personali a seguito di negligenza è soggetto a responsabilità penale.
In questo contesto, la Sezione IV penale della Corte di Cassazione ha emesso la sentenza n. 5315/2020 in un caso che coinvolgeva due ortopedici e un radiologo del sistema sanitario. Entrambi accusati di aver negligentemente contribuito al deterioramento della condizione di un paziente.
L’accusa sosteneva che i medici, non identificando una lesione specifica nelle vertebre del paziente, non avevano effettuato le necessarie indagini diagnostiche per consentire una pronta guarigione. Questa omissione ha portato a un peggioramento dello stato di salute del paziente e a un ritardo nell’assegnazione di un trattamento adeguato. Dopo essere stati condannati in primo grado, i tre dottori ottennero un verdetto di assoluzione nel processo d’appello. Successivamente, la parte lesa presentò un ricorso per Cassazione per perseguire gli aspetti civili della causa.
Accogliendo l’appello, la Corte Suprema ha basato le proprie riflessioni sulla definizione di malattia come indicato dagli articoli 582-590 del codice penale. Facendo riferimento alla giurisprudenza consolidata nel tempo (tra gli altri, le sentenze della Cassazione n. 33492/2019, n. 22156/2016, n. 40428/2009 e n. 17505/2008). Secondo queste interpretazioni, per la configurazione del reato di lesioni personali, il concetto di malattia riconosciuto dalla legge non abbraccia tutte le alterazioni anatomiche. Che possono anche non essere presenti, ma si riferisce specificatamente a quelle alterazioni che causano una limitazione funzionale. Un processo patologico significativo o un danno alle funzioni corporee, anche se non permanente, ma comunque di rilevante impatto.
In questo contesto, il ruolo della Corte era determinare se, alla luce della definizione di malattia precedentemente illustrata, l’estensione del periodo richiesto per il trattamento o la stabilizzazione di una lesione potesse essere inclusa in tale definizione all’interno del sistema sanitario. Di conseguenza, per la Cassazione, una conclusione affermativa era giustificata dalla relazione tra la nozione di lesioni e quella di malattia nel contesto del sistema sanitario.
Effettivamente, l’utilizzo del termine “deriva” nell’articolo 582 del codice penale (“Chiunque causa a qualcuno una lesione personale da cui deriva una malattia è punito”). Definisce il concetto giuridico di malattia come un elemento caratterizzante della definizione di lesione personale in ambito penale. Di conseguenza, si deduce che ogni azione negligente che influisce sul tempo di guarigione, anche se non peggiora direttamente la lesione o il suo impatto funzionale. Acquista importanza penale quando provoca un’estensione del periodo necessario per il completo recupero o la stabilizzazione delle condizioni di salute.
Questa sentenza ha delineato un quadro di grande importanza, introducendo la possibilità che qualsiasi ritardo diagnostico che causi un prolungamento della durata di una malattia possa acquisire rilevanza penale. Un esempio illustrativo potrebbe essere quello di un intervento chirurgico per rimuovere una massa specifica. Seguito da una seconda operazione necessaria per eliminare aderenze non identificate durante le valutazioni effettuate prima del primo intervento.
Violazione nel sistema sanitario del diritto del paziente a decidere autonomamente sul proprio percorso di vita: risarcimento per danni morali
Sul fronte civile, un tema frequentemente discusso riguarda la possibilità di ottenere un risarcimento per i danni non materiali causati dalla violazione del diritto del paziente. E di scegliere liberamente i propri itinerari di vita. Su questo argomento, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha reso una decisione attraverso l’ordinanza numero 28632/2022.
Nella situazione in esame, la questione emergeva dalla richiesta di indennizzo avanzata dalla madre e dalla figlia del defunto (il quale era loro padre e marito), il cui decesso era avvenuto a seguito di una diagnosi tardiva da parte del personale medico. Questo ritardo diagnostico aveva portato a una violazione del diritto del defunto di prendere decisioni autonome riguardo alla propria vita. In un contesto caratterizzato da malattie con esiti inevitabilmente negativi.
In questo contesto, la Corte sottolineava che spettava al giudice determinare l’effettiva entità del danno subito, identificando le conseguenze negative derivanti dall’evento lesivo. Questo processo doveva avvenire evitando l’applicazione di criteri monetari rigidi e predeterminati, di valori puramente simbolici o insignificanti. Nonché l’uso discrezionale del giudizio personale del giudice.
Indipendentemente dal metodo di stima impiegato, la Suprema Corte enfatizzava l’importanza di giungere a una valutazione del danno che fosse equa e imparziale, specialmente all’interno del contesto del sistema sanitario. Era fondamentale che il giudice esponesse in modo chiaro e dettagliato il ragionamento logico seguito nella sua valutazione, illustrando le basi su cui si fondava il processo valutativo adottato. Questo approccio aveva lo scopo di garantire che la valutazione fosse sottoposta a un controllo riguardo alla sua logica, coerenza e adeguatezza, assicurando così un’interpretazione equa e giustificata del danno all’interno del sistema sanitario.
Risarcimento per la perdita di opportunità e la necessità di dimostrare un legame causale
Un ulteriore argomento oggetto di dibattito riguarda il risarcimento per la perdita di opportunità, tema sul quale la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha emesso un parere nella sentenza numero 5641/2018. La decisione in questione è stata significativa, definendo criteri essenziali attorno all’idea di “chance perduta”, che ha influenzato l’ambito dei danni economici. Questo ha generato un vivace dibattito sulla natura specifica del danno, dibattendo se fosse più corretto interpretarlo come un danno emergente o come una perdita di guadagno futuro.
La Corte ha precisato che il ruolo del giudice consiste nell’esaminare la condotta in questione e nel verificare l’esistenza di un collegamento causale tra tale condotta e l’evento dannoso. Qualora l’evento dannoso si manifesti come la mancata realizzazione dell’obiettivo atteso (ad esempio, nel caso specifico, la perdita prematura della vita). La questione non riguarderà una chance perduta, ma sarà considerata una differente tipologia di danno.
In particolare, sono state identificate varie situazioni tipiche nel contesto del sistema sanitario, tra cui:
1 – Nel caso in cui l’azione negligente del professionista sanitario provochi la morte del paziente, quest’ultimo sarà tenuto a risarcire il danno biologico subito dal paziente e il danno derivante dalla lesione del vincolo affettivo nei confronti dei familiari del defunto;
2 – Nel caso in cui la negligenza del personale sanitario non porti alla morte del paziente, ma determini un marcato degrado della sua qualità di vita. Accompagnato da un incremento delle sofferenze sia fisiche che emotive. Tale situazione sarà considerata come un danno effettivo inflitto al paziente, anziché una semplice perdita di potenziali benefici.
3 – Qualora l’agire negligente del professionista medico non abbia conseguenze dirette sul decorso della malattia, sulla sua durata, sulla qualità della vita del paziente o sull’esito finale della stessa. Ma determini unicamente un deterioramento dell’organizzazione della vita quotidiana del paziente (ad esempio, per la mancata adozione di cure palliative). Il danno subito non sarà classificato come perdita di opportunità, bensì come un declino nella qualità della vita del paziente.
4 – Nell’eventualità in cui l’azione negligente del professionista sanitario porti a un danno di natura incerta. Caratterizzato da un’irrimediabile incognita riguardo alla possibilità di un prolungamento della vita o di una riduzione delle sofferenze, questa incertezza – l’unica che legittima la discussione intorno al concetto di chance perduta. Potrà essere oggetto di risarcimento in modo equo, tenendo conto di tutte le circostanze specifiche del caso, come un’opportunità mancata. Ciò avverrà a condizione che venga dimostrato il legame causale tra la condotta negligente e l’evento incerto, considerando la rilevanza, la gravità e la concretezza di tale legame.
Di conseguenza, l’incertezza del risultato non influisce sull’analisi della relazione causale, ma piuttosto sulla definizione del danno. La perdita di un esito auspicato, che incarna la chance, costituisce la caratterizzazione/definizione di un danno indennizzabile. A seguito della violazione di un interesse legittimo individuale. Questo è distinto dalla connessione causale tra l’azione e l’evento, che si assume sia già stata stabilita in maniera positiva e indipendentemente dalla valutazione del danno lamentato.
La Corte Suprema, esaminando il caso specifico, ha stabilito che qualora venga dimostrato, da un punto di vista etiologico. Che l’omessa diagnosi di una malattia tumorale abbia causato un decesso prematuro del paziente. Il quale avrebbe con certezza o probabilità vissuto significativamente più a lungo in condizioni di vita (sia fisiche che mentali) nettamente migliori, non si tratta semplicemente di “aumentate probabilità di sopravvivenza”. Piuttosto, si affronta un danno concreto manifestatosi come una riduzione della durata della vita e un deterioramento della qualità della stessa (sotto l’aspetto fisico e mentale). Il che implica considerazioni specifiche in termini di stima e risarcimento del danno, che va oltre la semplice categoria di lucro cessante o danno emergente.
In questo contesto, la Cassazione ha definito il concetto di perdita di opportunità specificamente nell’ambito della responsabilità patrimoniale. Sottolineando la necessità di una verifica preliminare dell’esistenza di un legame causale, identificando così una tipologia di danno distinta e autonoma.
Riflessioni finali
Dalle considerazioni fatte, emergono alcune conclusioni significative.
Il sistema sanitario pubblico rimane un argomento di grande rilevanza. Con un numero considerevole di procedimenti legali in sospeso contro strutture ospedaliere e personale medico, dovuti a errori e ritardi nella diagnosi.
Analizzando il verdetto penale discusso e le successive sentenze in materia di risarcimento civile, si può osservare un’estensione della responsabilità penale. Che va nella direzione di una più efficace protezione dei diritti dei pazienti, tra cui il diritto alla salute. Tuttavia, come ci insegna il principio di equilibrio proprio del diritto, la situazione critica della sanità pubblica italiana è un’evidenza incontrovertibile.
I medici sono numericamente insufficienti rispetto alle assunzioni registrate in altre parti d’Europa e del mondo. Essi affrontano ogni giorno un carico di lavoro eccessivo dovuto a un numero elevato di pazienti. Con turni estenuanti che spesso non prevedono il necessario riposo successivo (situazione aggravatasi durante i picchi dell’emergenza Coronavirus). E sono costretti a lavorare in strutture pubbliche di qualità inferiore, prive degli strumenti adeguati, a causa dei ripetuti tagli al bilancio da parte del governo.
Dunque, il quadro che si presenta davanti a noi ogni giorno non è certo rassicurante e non sempre è possibile attribuire l’errore o il ritardo diagnostico a una negligenza del personale e del sistema sanitario. Che spesso è anch’esso vittima di dinamiche più ampie e complesse, da cui appare difficile trovare una via d’uscita. Questo può portare a una possibile inversione di responsabilità, con il personale sanitario che potrebbe rivolgere accuse contro l’ente ospedaliero per le precarie condizioni lavorative in cui è costretto ad operare.
La chiave potrebbe risiedere in un approccio equilibrato da parte del giudice nell’analizzare ciascun caso all’interno del sistema sanitario. Considerando con attenzione tutti gli aspetti specifici, come le condizioni del paziente, l’entità del danno, il contesto territoriale in cui opera il medico e la natura del danno causato. È essenziale adottare una certa comprensione nei confronti del personale sanitario, per evitare che queste situazioni si riducano a semplici tentativi da parte dei pazienti di ottenere risarcimenti dallo stato. Che finirebbero per gravare ulteriormente sulle risorse finanziarie italiane e compromettere l’integrità della giustizia.